Si può fare un “buon uso” della testistica psicologica?

Un test non potrà mai “spiegare” un essere umano. Un essere umano, peraltro, ha tutto il diritto di non mostrarsi più di tanto. Ebbene, il paziente complesso spesso non racconta – o comunque non problematizza – alcuni aspetti di sé che, da un punto di vista psico-sociale, appaiono chiaramente limitanti e forieri di importanti fatiche relazionali. E quindi che si fa? Si insiste in uno scomodo braccio di ferro, cercando di sovrastare le abitudini del paziente e proponendogli una “visione” del mondo più morbida? Oppure si ignorano bellamente tali aspetti, coalizzandosi con le modalità dell’altro senza alterare la sua personalissima coerenza? Nel contesto di una valutazione psicologica o di un trattamento già avviato, l’uso di un test di personalità quale, ad esempio, il MMPI-2-RF, può offrire un insieme di spunti aggiuntivi sul caso, condivisibili con il paziente in modo puntuale, chiaro e quindi funzionale alla direzionalità del processo di cura. I riverberi sul prosieguo degli incontri possono essere molteplici e di notevole interesse per il clinico:

  • unire i contenuti dei colloqui con alcuni indici obbiettivi sulla personalità del paziente, un’integrazione non banale che, specialmente con i pazienti più difficili, può aiutare il clinico a figurarsi meglio la situazione dell’altro e a progettare l’intervento in modi più sensati/sostenibili;
  • avviare un confronto critico-costruttivo sugli aspetti meno trattati/tematizzati, portando gradualmente il paziente a riconoscersi anche nelle sue egosintoniche vulnerabilità;
  • favorire, laddove necessario, un invio al servizio pubblico (o una presa in carico condivisa), comunicando ai colleghi in modo trasparente ed empiricamente validato, ed evitando così inutili silenzi ma anche astruse interpretazioni svincolate da qualsiasi riscontro di oggettività;
  • …ma innanzitutto mettersi nella condizione di fare poco e bene, invece che tanto e a caso, restituendo al paziente una risposta comprensibile e ricreando quella cooperazione di base che, in molti casi, è già una bozza di successo terapeutico.

Detto questo, le competenze cliniche e relazionali del terapeuta sono essenziali e fanno da contesto a questa opportunità di testistica sensata. In particolar modo con i primi “pazienti difficili”, le informazioni raccolte nella valutazione psicodiagnostica possono essere sì uno spunto per il trattamento, ma anche materiale prezioso da condividere nelle intervisioni cliniche con tutor e colleghi più esperti.

 

Per un’introduzione al manuale dei disturbi mentali:

DSM-5 – un’introduzione alla psicopatologia e ai criteri diagnostici