Si può fare un “buon uso” della testistica psicologica?

Un test non potrà mai “spiegare” un essere umano. Un essere umano, peraltro, ha tutto il diritto di non mostrarsi più di tanto. Il paziente complesso sovente non problematizza alcuni aspetti di sé che, a uno sguardo in terza persona, appaiono come chiaramente problematici, o meglio: non è raro che venga meno, nell’incontro tra i due linguaggi (del paziente e del terapeuta), un implicito accordo su quale sia la situazione effettivamente scomoda e foriera di difficoltà esistenziali. Ebbene, in questi casi il rischio di chiudersi in una sorta di folie a deux è alto, almeno quanto quello di rifiutare l’auto-referenzialità dell’altro, sperando che per qualche motivo salti la seduta o abbandoni il percorso. Lo psicologo pensante ha qui almeno due strade percorribili davanti a sé: insistere e affannarsi alla ricerca di un mondo condiviso, magari creato ad hoc e su misura per il paziente, oppure cercare di sviluppare e mantenere un buon contesto relazionale, sforzandosi però di pensare a cosa sia possibile fare per quella persona (e quindi accettare che molti aspetti non siano semplicemente “da modificare”, ma neanche da trascurare o ignorare bellamente). Nel contesto di una valutazione psicologica, un buon uso dei test può garantire quel valore aggiunto in grado di riallineare mondi apparentemente poco conciliabili: i vissuti e i desideri del paziente psichicamente complesso con le attese e le competenze del clinico; il supporto psicologico nel servizio pubblico – con il suo carico di lavoro, dispersione e responsabilità – con le prestazioni psicologiche dispensate nel privato; consentire allo psicologo di fare poco e bene, invece che tanto e a caso; e, di controcanto, restituire al paziente complesso una risposta concreta e comprensibile, ricreando quell’accordo di base condiviso che, in molti casi problematici, è già una bozza di successo terapeutico.

A breve il prosieguo: Due test sulla personalità: MMPI-2-RF e SCID-5-PD

 

Per un’introduzione al manuale dei disturbi mentali:

DSM-5 – un’introduzione alla psicopatologia e ai criteri diagnostici