Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica: la terapia dei modi di esperire e di progettarsi 

 

In che senso lavoriamo con le “cognizioni” in terapia?

Cognizioni e processi di pensiero non fondano la vita, bensì conseguono a certi modi di sentirsi e muoversi nel mondo. L’atto del “dire” (compreso il proprio racconto di sé) va, infatti, messo in relazione tematica con i modi del sentire, ossia con quella “esperienza già significativa” che fa di tutti noi degli esseri d’azione, prima ancora che di riflessione. Pertanto, se adeguatamente contestualizzato, il pensiero cosciente può ragionevolmente indicare un peculiare modo di vivere, emozionarsi e immaginarsi nel futuro.

 

Che cosa c’entra la neuropsicologia con la psicoterapia?

C’entra poco o molto, a seconda di cosa intendiamo con tale termine. In un senso classico, la neuropsicologia clinica è un corpus ordinato di conoscenze sulle correlazioni tra capacità umane e neuro-funzionamento; ma in un senso clinico e diagnostico evoluto, la visione neuropsicologica rimanda a un paradigma che privilegia il dialogo tra i diversi modi di intendere la sofferenza umana. Sfruttando questa visione ad ampio spettro, è possibile strutturare progetti di intervento compatibili con il “senso” del patire di ogni singolo paziente.

 

Quindi è un metodo terapeutico che valorizza l’individualità, ignorando la scienza?

Assolutamente no: appartenere alla tradizione cognitivista significa dare priorità ai risultati scientifici e alla collaborazione con professionisti di altre discipline, nella concezione generale di qualsiasi possibile percorso di cura. Ciò nonostante, l’individualità intesa come “essenza dell’umano” – e quindi possibilità di sentire, progettarsi ed essere responsabili di sé – è un predicato di base che non può essere ignorato, quando ci si approccia ai modi del patire tipicamente umani. In tal senso è proprio la filosofia che, integrata alla clinica, offre un’imprescindibile base teorico-pratica che precede (e orienta) qualsiasi opportunità di validazione scientifica.

 

Filosofia in che senso: bisogna studiare Kant e Hegel per fare psicoterapia?

La filosofia che orienta la PCN è fenomenologica ed ermeneutica. L’obiettivo non è tanto conoscere a memoria i vari pensieri filosofici, ma interessarsi alla cura dell’umano seguendo coordinate fenomenologiche (studiare i modi di esperire e di sentirsi nelle situazioni di vita alla luce di un certo progetto di sé) ed ermeneutiche (interpretare è anzitutto contestualizzare, connettere “fatti” e contesti di vita all’interno di un mondo già ricco di significati).

 

Volendo riassumere, la PCN:

– ha un razionale teorico coerente e unitario, non dispersivo né privo di riferimenti alle varie scienze (neuro-scienze comprese);

– promuove un dialogo tra i diversi modi di intendere la sofferenza umana, facendo del processo psicodiagnostico non solo un etichettamento formale, ma anzitutto una comprensione della “situazione esistenziale” del paziente e dei suoi possibili sviluppi futuri;

– pone attenzione all’individualità nel processo di cura, una singolarità che va sempre messa in relazione ai contesti di vita e alla capacità del paziente di responsabilizzarsi e scegliere per sé (aspetto cruciale anche per la sensatezza etica della psicoterapia come trattamento più o meno elettivo).

 

Perché ci interessa così tanto il “sentire”? Il cambiamento non parte innanzitutto da nuove parole?

Vero, ma le parole sono, in psicoterapia, un modo per far emergere i mondi che sorreggono la vita del paziente. E tali “mondi” sono fatti di azioni, emozioni ed esperienze spesso impensate, sulle quali, per così dire, “non ci si sofferma”. Le parole sono, inoltre, un modo per riordinare la propria storia in modi più intelligibili, più coerenti con l’esperienza vissuta. Riscoprire queste aperture originarie all’interno di una certa direzione di cura, consente al paziente di toccare con mano ciò che più spesso gli sfugge ma che, al tempo stesso, dà linfa e senso alla sua identità personale.

 

Concludendo

Noi non siamo “menti” che attribuiscono un significato alle cose, ma corpi vivi che, incontrandosi con gli altri e in un mondo, si giocano le loro possibilità. Ebbene, parte di questa invisibile trama in divenire deve essere esplorata in terapia, con adeguate tecniche e competenze clinico-relazionali, al fine di favorire un’esperienza di cambiamento in linea con le capacità desideranti della persona che ci chiede aiuto.

 

La psicoterapia è un’esperienza clinica relazionale, attiva e responsabilizzante, che ha l’obiettivo di ripercuotersi nell’esistenza del paziente per orientarla verso una forma migliore” (Davide Liccione, Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica, 2019, p.227)

 

 

Per un’introduzione al manuale dei disturbi mentali:

https://robertopizzale.it/dsm-5-unintroduzione/