Affetto, soldi e socialità: la famiglia post-moderna

 

Plausibili premesse

Voler bene ai propri figli significa prepararli ad affrontare un mondo in costante cambiamento. In quest’ottica e prima di ogni semplicistica connessione psicologica o relazionale, è il denaro a chiamare i genitori alle loro responsabilità. Chi non conosce quel viavai di restrizioni e concessioni, cui spesso ricorrono i genitori nel disperato tentativo di controllare ciò che non ha padrone, ovvero le emozioni dei figli e le loro attese? Tali prese di posizione solitamente non rispondono alle possibilità dei figli, ma a una ricerca ansiosa/personale del genitore, motivata da tensioni e preoccupazioni di vario genere. Quando ci si misura con la mission genitoriale si avverte spesso la necessità di trovare soluzioni, come se il “problema” di avere un figlio andasse silenziato e al più presto, superato in vista di una pace sistemica a mo’ di Mulino Bianco. E invece è proprio nella densità di queste fatiche che si svela la portata affettiva del compito genitoriale: relazionarsi con qualcuno che non è solo “figlio” o “figlia”, ma innanzitutto Altro, e riconoscerlo anche nei suoi cambiamenti e nei momenti di svolta decisivi, quelli in cui desidera, per l’appunto, altro da ciò che immaginavamo per lui/lei.

 

Lo psicologo attento (non solo) al (suo) denaro

Ebbene, spesso il denaro riveste il ruolo di indicatore formale dei movimenti affettivi della famiglia: una specie di cartina al tornasole delle emozioni e delle prese di posizione cui ogni attore del sistema-famiglia è chiamato a rispondere, ogni giorno. Un tema che può far discutere, e non poco, soprattutto nelle fasi più critiche dell’evoluzione familiare. Il rapporto genitori-figli può in questi casi beneficiare della mediazione di uno psicologo, una figura che non si sostituirà mai né al genitore né al figlio, ma cercherà, al contrario, di mettere ogni attore (un po’ più) di fronte alle sue responsabilità e portare il sistema verso le sue possibili armonie. Questo intervento di consulenza richiede significative competenze di ordine clinico, psicologico e relazionale, oltre che un’ottima conoscenza dell’attuale spaccato sociologico e culturale. Ma che c’entrano i soldi con quest’ultimo punto? È una consulenza finanziaria ciò che serve alle famiglie post-moderne? Niente affatto; piuttosto, è una consulenza psicologica di tipo fenomenologico, orientata alla comprensione di azioni ed emozioni espresse dal sistema familiare ma, al tempo stesso, attenta a questioni come l’uso relazionale del denaro. Ebbene, in che senso il contesto socio-culturale influisce sulla psiche dei giovani adulti, e come si intreccia alla percezione di possibilità garantita dalla disponibilità di denaro?

Non dimenticarti da dove vieni, soprattutto quando non sai ancora dove stai andando.” (Suburra)

Oggi potremmo dire: sarai costretto a prendertela con le origini, giacché il futuro è così… incerto! Il tanto indagato, interpretato e talvolta esasperato (in entrambe le polarità, positiva e negativa) rapporto genitori-figli è in realtà – e oggi più che mai – un rapporto genitori-soldi-figli. Il modo in cui i genitori gestiscono la dipendenza dei figli dalle loro finanze è un fenomeno di grande interesse, al pari delle più sottili dinamiche affettive. Anzi, le due dimensioni (affetto e disponibilità economica) sono talmente intrecciate da formare un’unica, complessa sfera di significati. La competenza clinica è qui fondamentale per distinguere situazioni alquanto diverse, orientando il sistema nel modo più congruo alle sue necessità.

 

Esemplificare per credere

Figli psicotici che subissano di richieste i genitori, i quali, spesso stremati e alle corde, non sanno più che pesci pigliare e a chi rivolgersi, concedendo nella vana speranza di poter respirare. Figli antisociali che si appropriano in modo malato (e affettivamente cieco) delle donazioni dei genitori, quasi a dire: il bene più prezioso (denaro e comodità nel mondo di oggi, nella nostra società liquida e precaria) lo scialacquiamo senza pensarci due volte. Alla faccia del rispetto delle “opportunità” di vita! Figli non particolarmente inclini alla psicopatologia che si relazionano con genitori impauriti i quali, pur di sentire una qualche forma di potere sulla prole, giocano in senso perverso la loro capacità economica, generando dinamiche anche molto sottili e spesso deleterie per il benessere psichico del sistema familiare.

Nei primi due casi si tratta di situazioni altamente patologiche nelle quali, al di là delle capacità e delle risorse genitoriali, agisce e predomina la psicopatologia dei figli. Un intervento specialistico è in questi casi non solo auspicabile ma prioritario e fondamentale. Due esempi per chiarire il senso di tali traiettorie. Il primo esempio è un ragazzo schizotipico appena maggiorenne, prototipo della macro-categoria dei giovani psicotici. Vive sperperando la finanze dei parenti di primo grado, acquistando settimanalmente prodotti superflui ed eccentrici cui si interessa per non più di qualche giorno. La chiusura psicotica si manifesta soprattutto nei modi della rabbia e della richiesta viepiù assillante; la sua capacità di gestire la frustrazione è minima e, una volta innescato il circolo di concessione, non esistono più spazi per negoziare. Possiamo facilmente immaginare quanto la vita dei familiari si faccia impervia, nel tentativo – comprensibile, ma deleterio negli effetti – di seguire il flusso desiderante del figlio, per poi essere puntualmente smentiti dalla sua indifferenza emotiva o, peggio ancora, dai suoi precipui scoppi d’ira. Il secondo esempio, inerente alla macro-categoria dell’irresponsabilità abituale e dell’antisocialità, è quello di un uomo di mezza età, padre di famiglia e recentemente incarcerato per condotta violenta. Dapprima segue per filo e per segno il percorso riabilitativo concessogli dal magistrato, ricongiungendosi progressivamente alla moglie e ai tre figli e completando positivamente il suo percorso extra-carcerario. A fronte di dichiarazioni di affetto nei confronti dei figli, di pentimento circa le condotte aggressive e di desiderio di rivalsa personale, il soggetto, da sempre tendente al comportamento dissociale e con una notevole appetizione per le sostanze, a un certo punto svela il suo “vero” desiderio: se potesse disporre di una cifra considerevole, ad esempio diverse migliaia di euro al mese… sarebbe pronto a partire il giorno seguente, abbandonando senza patimenti l’intero nucleo familiare (quello stesso nucleo che, fino a un minuto prima, era dipinto come centro affettivo del suo futuro)! Questi sono due esempi piuttosto estremi di come il denaro possa rappresentare, in persone fortemente votate alla psicopatologia, qualcosa di profondamente veritiero, potente e anche pericoloso, un dominio in cui emergono più nitidamente le autentiche intenzioni dei soggetti e quindi le loro implicazioni affettive con i cari e con la globalità del loro contesto esistenziale.

 

La consulenza psicoterapeutica: dal crollo delle attese all’esperienza della responsabilità

Nel terzo caso, invece, quello riguardante le persone non inclini alla franca psicopatologia, si può paradossalmente parlare di rischio traumatico post-moderno. Quello che è qui in gioco è un tipo particolare e talvolta impensato di “trauma”, diverso sia da quello che può configurarsi nel paziente (già) costitutivamente fragile, sia da quello che si può generare nel faticoso – e per certi versi impossibile – incontro tra le regole sociali e un’esistenza inclinata sul versante antisociale/tossicomanico. È, infatti, una forma di trauma che origina dalla percezione di impossibilità d’azione esperita da un soggetto costitutivamente (e quindi potenzialmente) capace: capace di avere, con discreta facilità e autonomia, un mondo di relazioni e di impegni soddisfacenti, senza ledere i diritti fondamentali degli altri né incrinare le logiche implicite dello stare assieme all’interno di un certo contesto. Figli che sentono di non potersi progettare pienamente perché, per un motivo o per l’altro, diventano indipendenti per opposizione, per contrasto con le ambigue modalità genitoriali. Ricercano l’autonomia, la trovano e si sentono finalmente liberi, questo è vero, ma solo fino a un certo punto: il mondo di oggi picchia secco, e alla prima crisi il cappio genitoriale torna a far sentire tutta la sua stringente dominanza. Per non parlare poi della “convivenza indipendentista”: quando andare a vivere con il/la partner è innanzitutto un modo per uscire di casa, un progetto pervaso da una sottile e talvolta spaesante confusione (desidero stare con questa persona – con tutte le fatiche che la convivenza implica – o voglio solo continuare a sentirmi indipendente, in una situazione anche economicamente sostenibile?); ma questo interessante fenomeno meriterebbe una trattazione a parte. Ebbene, questo senso implicito di impossibilità d’azione può generare crisi identitarie e sintomi psicopatologici anche importanti, soprattutto se si innesta in una personalità già vulnerabile allo sviluppo di cedimenti psichici. Ma anche gli strutturalmente “sani” sono esposti a queste insorgenze patologiche iper-moderne; a meno che non trovino un modo per responsabilizzarsi sul serio. La psicoterapia con il giovane adulto ha spesso questa importante funzione.

 

Ieri e oggi, il denaro invita alla relazione

Il denaro è, quindi, un tema psicologicamente caldo per giovani e meno giovani, ed è un punto di incontro in cui si esprimono le responsabilità affettive dell’intero sistema famiglia. Anni addietro si generavano spesso rotture relazionali, talvolta drastiche e fino alla morte di una delle parti (con un triste “passo indietro” fatto decisamente troppo tardi, magari già in chiesa), fratture dovute a movimenti finanziari interni al sistema familiare, condivisi solo parzialmente o comunicati in modalità ambigue e poco assertive. Ciò accade ancora oggi, naturalmente, sebbene in modi diversi. Il nocciolo comune di queste esperienze cronologicamente distali è, quasi sempre, una mancata responsabilizzazione emotiva degli attori in campo e una significativa dispersione di tempo, in cui nessuno sembra avere il coraggio di muovere un passo verso l’altro. Nel silenzio generale delle trame emotive che strutturano i tempi del vivere insieme (o “non più insieme ma sempre più legati”, come non di rado accade), le scelte finanziarie e i correlativi non detti creano effetti relazionali devastanti e, soprattutto, sproporzionati rispetto al sentire dei protagonisti. In altre parole, ci si distanzia molto più di quanto non si odi (o rifiuti visceralmente) l’altro. Nel frattempo i tempi si allungano, le distanze affettive perdono tono pur mantenendo la loro cementata separatezza, e le occasioni esistenziali per un rinnovo della relazione lentamente sfioriscono. Una vera atmosfera da tristezza melanconica! E tutto ciò perché il denaro, così come apre (e non apre un mondo di chiacchiere e pensieri, bensì dischiude un insieme di possibilità d’azione: dalla socialità del sushi con gli amici al viaggio oltreoceano per esplorare altri mondi e “staccare” un po’, fino al mutuo per la tanto agognata indipendenza esistenziale), può anche chiudere non solo ambiti di possibilità pratiche, ma vere e proprie dimensioni relazionali e affettive. Ebbene sì, l’uso del denaro testimonia la differenza che esiste tra esperienza e racconto: a parole siamo (quasi) tutti desiderosi di condividere, comprendere e sostenere l’altro, ma quando ci troviamo a dover scegliere come distribuire le nostre risorse si attiva in noi tutto un altro tipo di emotività, anche perché quella è una scelta che può cambiare le cose e quindi gli orizzonti, modificando la carte in tavola e generando nuovi spazi di senso. Questa differenza non sta nella distinzione tra “la parola” e “i fatti”, come si sente spesso dire, ma nella quota di responsabilità presente nell’atto, parlato o agito che sia: una parola responsabile si fa subito esperienza, per sé e per l’altro, così come un esborso economico dettato dall’irresponsabilità, dall’urgenza o dal timore non sa di esperienza, ma piuttosto di mancato incontro. E se non si parla responsabilmente, il denaro finisce per essere l’ultimo baluardo della relazione; ma la relazione è cosa sacra e preziosa e non può essere affidata a chi, come il Dio Denaro, può sì generare infiniti spazi, ma non sentire le emozioni che vi stanno attorno e attraverso.

 

Essere genitori: fatiche post-moderne e nuove occasioni di incontro

I genitori detengono, quindi, un potere assai pericoloso: quello di poter elargire possibilità. Ed è tanto più pericoloso quanto più il tessuto sociale in cui viviamo porta ad allungare i tempi della convivenza parentale e a posticipare, talvolta indefinitamente, quelle che un tempo erano le normali “tappe” di autonomia. Più tempo insieme e più bisogno di co-gestire il tema finanze; una contingenza che da costrizione può trasformarsi in opportunità, occasione di capire come sia possibile decidere e muoversi insieme, in vista di un futuro più sostenibile e desiderabile per tutti. Difatti, il denaro abita la nostra psiche nei modi dell’immaginazione, dell’azione possibile e della necessità di scelta, ma soprattutto della risposta davanti a un altro cui siamo affettivamente legati. Attiva, quindi, un network neurale straordinariamente ricco di significati poiché implicitamente connesso con la nostra identità sociale e con la vitalità dei nostri desideri. Troppo spesso si sottovaluta la portata psicologica e affettiva del denaro, tema tutt’altro che triviale o superficiale e anzi sotteso dalle più profonde e pulsanti dinamiche relazionali. Un punto come tanti, certo, da cui partire per esplorare l’esistenza e le responsabilità umane; ma un punto che, a differenza di molti altri, non è mai casuale né fine a se stesso. Ambiguo, non interpretabile a una prima occhiata; al tempo stesso foriero di curiosità e di senso. L’uso del denaro chiede di essere esplicitato e promette di mostrare, dietro all’immediatezza e all’efficacia delle sue transazioni, paesaggi emotivi e racconti di vita, non meri calcoli. Un modus, quello del calcolo, che spesso seduce anche le più acute correnti psicologiche, facendo perdere di vista l’unicità della persona quale unico segno sempre e comunque degno di nota. Ogni buon clinico sa che nel pagamento della seduta si intravede molto più di un monetario gioco di potere; si sentono la forza della responsabilità e il desiderio dell’impegno, affetti trasformativi o dal tono stantio, indicatori di deferenza e sanificazione della coscienza oppure, alle volte, di un passo verso il nuovo: spendere il proprio tempo per provare a cambiare, anche attraverso una (più o meno) ragionevole somma di denaro…

 

 

Per un’introduzione al manuale dei disturbi mentali:

https://robertopizzale.it/dsm-5-unintroduzione/