Sentirsi a casa: sì, ma dove?

 

Il discorso è molto semplice: spesso pensiamo che il “nostro” sia una questione di proprietà, di appartenenza a sé, quando invece è il modo in cui il mondo, continuamente e diversamente, ci fa sentire a casa. Ci costituiamo come soggetti in questo “smarrimento” di noi stessi: nel lasciare che il mondo ci orienti, ancora una volta. Ed è questa la base su cui poggiano (e acquisiscono senso) tutte le nostre opportunità di scelta, le nostre più importanti prese di posizione. Alcune persone sentono la coesistenza di esperienze diverse (e diversamente desiderabili) come una specie di incoerenza, come se non potessero stare insieme. Altre persone esistono, invece, in una caleidoscopica frammentarietà: si fa quasi fatica a tracciare un senso d’identità all’interno della loro storia. Dalla polisemia stessa dell’esperienza sorge dunque una domanda: che cos’è l’autenticità? È il modo in cui ognuno di noi si perde, sceglie e sente, nell’attesa di un certo futuro possibile. Ed è un aspetto fondamentale della psicoterapia fenomenologica, poiché apre la possibilità di scoprire insieme al paziente il senso delle sue fatiche; non etichettandole o trovando loro una causa storica, ma facendo parlare i suoi modi di fare esperienza.

Poniamo che Mr.X decida di fare un progetto con un collega. Sulle prime i due sembrano sulla stessa lunghezza d’onda e iniziano a collaborare perseguendo il medesimo obiettivo. Dopo un po’, però, Mr.X si accorge che il socio non sta investendo realmente sull’idea: o meglio, ci sta lavorando con finalità e modalità diverse da quelle concordate. Avrebbe potuto essere più chiaro sin dall’inizio? Forse. Questa situazione un po’ spiace a Mr.X che, se ci ripensa, avverte anche un legittimo fastidio, ma resta comunque concentrato sui suoi obiettivi e non si perde in dibattiti poco felici. Nel giro di poco tempo ognuno si volge pacificamente verso la sua direzione. Niente screzi, nessun bisogno di ignorarsi o di “confrontarsi” a singolar tenzone.

Il mese successivo i due si ritrovano a un evento organizzato da colleghi e amici comuni. Si respira un’atmosfera rilassata e i contenuti sono molto interessanti. Ci sono belle donzelle, alcune forse un po’ tignose; da un lato personaggi acuti, dall’altro mediamente goffi. Insomma, il festival dell’eterogeneo. Ebbene, Mr.X non ricorda di aver riso tanto come in quei giorni, e non ricorda nemmeno un’intesa più verace e spontanea di quella vissuta con il famoso collega. “Bellissimo, da rifare!”, si dice. Non sa esattamente cosa, ma tutto ciò meriterebbe di andare nuovamente in scena.

Quale delle due esperienze è più “vera” per Mr.X? C’è incoerenza nel vissuto del nostro protagonista, il quale passa dalla delusione/arrabbiatura alle risate sonanti fatte con la stessa persona? Sono “false” o poco autentiche entrambe le esperienze, oppure è falso lui come persona?

Ebbene, la logica del vero e del falso non si sposa (sempre) bene con il movimento dell’esistenza umana. L’idea di progetto che il nostro eroe aveva in mente richiedeva, forse, collaboratori più adeguati e zelanti; eppure, con quello stesso collega “sbagliato”… che spasso sarebbe fare una vacanza in Messico, magari assieme alle rispettive compagne! Che cosa c’è di male in questa coesistenza? Spesso siamo portati a pensare che ci siano strade più “autentiche” di altre, più nostre e, in tal modo, ci affidiamo inconsapevolmente alla sfera del proprio, come se fosse qualcosa di ben determinato e inquadrabile una volta per tutte. Eppure, è un truismo sostenere che qualcosa venga ad appartenerci: semplicemente capita (più o meno spesso) che ci si senta a casa in differenti situazioni  di vita. Ma tutte queste situazioni non derivano da (né confluiscono in) qualcosa di “proprio”, bensì restano tutte, per così dire, contemporaneamente valide, cioè possibili. Su alcune nascono progetti, su altre no, ma tutte si sono fatte – fosse anche per un attimo – casa. Mi appartiene quel progetto di lavoro, in cui credo molto (e mi spiace dover, in un certo senso, ripartire da capo); mi appartiene anche, però, quella immediata sintonia che non arriva con chiunque (e che non immaginavo, prima di trovarmi con quella persona in un altro tipo di situazione), e che allude a differenti possibilità di esistenza: meno pragmatiche o prospettiche, forse, ma altrettanto sentite. La significatività di questi movimenti ci dà un’indicazione sui nostri modi di essere (e agire) nel mondo, ma non muta il senso dell’evento: ho incontrato qualcosa che mi ha toccato, orientandomi e mettendo in moto le mie immediate possibilità di scelta. Questa esperienza a perdersi (più che a “ritrovarsi”) è ciò che vorrei chiamare autenticità personale.

Quello che propongo è un concetto capovolto di “autentico”: è il sentirsi diversamente a casa in situazioni che, molto spesso, non hanno una connessione logica tra di loro. Sono ordinabili secondo narrativa in un dato momento della vita, ma assumono altre sfumature semantiche in momenti di vita diversi. Insomma, sono tracce di pura instabilità. Che però stanno insieme. L’esistenza mi indica le molteplici vie del desiderio, sentieri che non hanno una “coerenza” logica ma esperienziale: sono seriamente fidanzata e ho sentito un’emozione grandissima con un altro uomo. Ciò non mi ha portata a mettere in discussione la mia storia affettiva, però a volte ci penso. Qual è il problema: non ho il coraggio di seguire la via più “autentica”? Oppure sono autentiche entrambe, in entrambe mi sento diversamente a casa, e c’è qualcosa – che gli altri non afferrano, o io stessa non colgo pienamente – che, per adesso, mi fa restare in una certa traiettoria di vita?

Il proprio, l’autentico, il “vero Sé” sono concetti spesso viziati da un mancato intendimento dell’esperienza umana. Le strade della vita sono tante quante sono le esperienze del bello, dell’avere dimora in diversi luoghi. Nessuna verità psicologica potrà mai sistematizzare questa gioia del perdersi fra i sensi del mondo. Adoro le ragazze con una certa linea – dichiara Mr.Y -, è più forte di me, sembra proprio che quel fisico sia il “mio” tipo. Poi conosco una stupenda ragazza dagli occhi verdi e con tanta voglia di vivere, fisicamente un po’ diversa dal “mio” ideale. Mentre le sto parlando mi accorgo di sentire un piacere generalizzato, accompagnato da una forte eccitazione. Ci guardiamo e penso che la bacerei qui, senza aspettare un secondo, e il mio corpo inizia a esistere come se fosse già in quella possibilità. In tutte queste situazioni e in molte altre ancora io mi perdo come lo stesso. Ciò non genera una frammentazione del sé, né riduce la persona a un mero ammasso di sensazioni, ma annuncia le verità di sé nell’esperienza dello smarrimento, dell’abbandono di un’auto-evidenza in favore di luoghi altri del desiderio: ciò che fa identità non è il me, il sé o il proprio, ma il fatto che io trovi godibili tutte queste differenti aperture di mondo.

Come mai e in quali modi si trasformi il campo di desiderabilità e godibilità di una persona, è questione ben nota agli studiosi di psicoterapia; non è, tuttavia, l’oggetto del presente scritto. Qui si vuole porre l’accento su una nuova etica del gioco, inteso come movimento della persona da una casa all’altra, da uno spazio desiderabile all’altro, senza che queste differenze debbano essere ordinate logicamente o gerarchizzate nel nome del “Sé”. Non è qui in discussione l’evidenza che le persone tendano, in misura maggiore o minore, a mantenere una stabilità, e quindi a non concedersi il nuovo, o viceversa. Non è un approfondimento sui caratteri o sulle differenze individuali, questo, ma un modo per ripensare il senso di ciò che i fenomenologi definiscono ipseità. L’accadere della vita, l’essere sempre mio, o forse: l’essere ancora una volta altro del desiderio, è lo sfondo su cui la nostra esistenza si dispiega. Le cosiddette “capacità di scelta” acquisiscono senso e significato nei modi in cui la persona sente questo campo esperienziale. Capiamo bene come questo tema sia irraggiungibile per tutte quelle psicologie che si muovono nell’ordine dell’inquadramento, categoriale o dimensionale, degli individui che scelgono di farsi pazienti per provare a cambiare[1]. Perché l’esistenza è anche e soprattutto un’invisibile e insuperabile non-linearità: un campo di esperienze in cui prendere una posizione non è sempre facile, e talvolta si fa doloroso e difficile. Accanto a queste fatiche c’è, spesso anche se non sempre, l’opportunità della cura psicoterapeutica.

Lo studio della mente umana deve, a mio avviso, tenere in considerazione la frammentarietà di queste evidenze, senza chiuderle troppo frettolosamente in uno schema. Mi licenzio da un posto di lavoro discutendo un poco con il responsabile. Sento di volere altro e vado a prendermelo. Eppure, sento di aver imparato tanto da lui. E sento anche di volergli bene, in fondo. Non tornerei mai indietro, non lo desidero, però mi fa felice ricevere un suo messaggio, qualche mese dopo. A dire il vero già ci pensavo a scrivergli qualcosa, senza una chiara motivazione lavorativa. Sono piuttosto contento di sentirlo e credo che tra di noi ci siano ancora delle possibilità. Non le stesse di un tempo, non retribuite forse, ma ci sono. Perché c’è un’intersezione viva. E credo all’autenticità di questa storia perché mi ci sono perso, ancora una volta.

 

 

 

[1] Come dice la cara amica e collega Eleonora Pinna, per molte psicologie il punto è da un lato problematizzare tutto ciò che non quadra, dall’altro far diventare quella cosa che non quadra l’unica via “autenticamente” percorribile per la persona. E – aggiungerei alle sue belle parole – la psicoterapia e lo studio della psicopatologia devono affrancarsi da questi modi della psico-tecnica, per aiutare i pazienti a intravedere (e conquistare) prospettive di vita più sostenibili e desiderabili.