Quando i nostri figli stanno male, significa che stanno incontrando delle difficoltà con quel progetto “non scelto” che è la loro esistenza – un progetto di cui, prima o dopo, dovranno farsi pienamente carico. Per un motivo o per l’altro, insomma, faticano a trovare le risorse per riorganizzarsi dinnanzi a ciò che la vita, ogni giorno e sempre più, chiede loro.

Capita poi che queste persone arrivino in studio. E quindi che si fa?

Si può prendere in carico il figlio, senza dare ascolto ai genitori. Espungendoli, per così dire, dal “discorso” della cura. Come se i genitori – consenzienti, paganti e attenti alla cura dei figli – non desiderassero il bene della loro prole, ma fossero anzi dei fastidiosi ostacoli lungo il cammino del salvifico processo.

Oppure si possono prendere in carico i genitori, definendo un set di “cambiamenti necessari” nella speranza che ci sia una ricaduta terapeutica anche sulla vita dei figli. Come se quest’ultimi non avessero alcun tipo di responsabilità sul loro modo di approcciare all’esistenza.

Si possono, infine, prendere in carico tutti, però ci vogliono stanze grosse e spalle molto larghe. Astenersi esseri umani… dotati di vita propria!

 

E poi c’è la consulenza fenomenologica in età evolutiva, pensata per nuclei familiari sofferenti e bisognosi di un confronto clinico. Per questo tipo di intervento, molti sono gli scenari possibili, ma non tutto si può fare. Qualche semplice esempio:

A volte si vede il minore per un ciclo di colloqui, confrontandosi con i genitori sul senso generale dell’intervento e solo per lo stretto necessario – preservando, naturalmente, il diritto alla privacy del giovane paziente. Si vedono, a volte, sostanziali effetti terapeutici sulle vite dei figli, con somma gioia di tutti, compresi i coraggiosi e affiatati genitori.

Altre volte, invece, è sufficiente una consulenza alla coppia genitoriale; incontrando il minore, certo, ma congedandolo piuttosto in fretta, onde aiutare mamma e papà a sciogliere il loro piccolo, ma decisivo, nodo problematico. Può capitare, in alcuni casi, che il terapeuta resti presente come supporto “futuro” per i genitori. Una certezza poco invasiva e dai risvolti, a volte, assai significativi.

Altre volte ancora non si vede più nessuno, nel senso che o la famiglia ha legittimamente deciso di non scegliere quanto offerto dal terapeuta, oppure che, nell’arco dei primi due/tre incontri, ci si è intesi in modo nuovo sul punto della situazione e le cose – in casa e fuori – iniziano già a girare in modo diverso.

Capita anche che ci sia, in famiglie che attraversano delicati periodi di transizione, un desiderio autentico di confrontarsi con un terapeuta, senza che però si trovi la spinta per telefonare e andare, così, incontro all’ignoto. E ciò perché, tutto sommato, si sente di poter andare avanti, nonostante le ricorrenti – e talvolta perniciose – perplessità.

Insomma, quale che sia “il caso”, in questo tipo di consulenza allargata il terapeuta accede all’atmosfera di un’intera storia familiare, mettendo in campo non solo competenze cliniche ma anzitutto rispetto, curiosità e dedizione. In che modo il sistema-famiglia sta ri-attualizzando la sua storia? Ciò che si scopre, ogni volta diversamente, è un irripetibile intreccio di presagi e speranze, granitiche certezze, legittimi dubbi e impensate novità da rileggere insieme. E sono, anche tutte queste, storie che necessitano una scrittura a più mani… in tempi più o meno brevi, in modi più o meno nuovi.