Chi troppo studia “l’esperienza”, prima o dopo finisce per credersi esperto nell’ambito stesso dell’esperibile. Paradosso non simpatico, soprattutto quando tale presunzione porta a rompere i ponti comunicativi con colleghi di altre prospettive e orientamenti.

A volte, chi sceglie di non soffermarsi sulle “cose della vita” può essere pronto a cogliere, al pari (o più) del grande studioso, la profondità concettuale di quelle stesse cose. E questo perché può stupirsi, ancora una volta, nell’incontro con l’insodato.

Per un motivo simile, fenomenologia e comportamentismo incarnano due facce della stessa medaglia: da un lato lo studio della coscienza e dell’esperienza vissuta in prima persona; dall’altro la registrazione del comportamento osservabile – evitando di interrogarsi sui contenuti vissuti dai soggetti “in azione”.

Ebbene, a patto che non si innamori troppo della sua sensibilità, la psicologia fenomenologica può farsi promotrice di un grande compito: rinnovare il pensiero clinico, aiutando gli operatori della salute mentale a ridisegnare gli orizzonti delle loro professioni (e a non chiudersi, anzitempo, nel fortino delle loro sapienze). Riuscirà il “mondo della gente” a catturare, ancora una volta, la nostra attenzione?

 

Il comportamentista allo specchio

 

 

KEY WORDS: fenomenologia clinica, comportamentismo, interdisciplinarità.

 

Alle volte, anche noi sostenitori della psicologia fenomenologica dovremmo cambiare un po’ atmosfera. E, per farlo, potremmo trasformare i nostri racconti: non più ripetizioni e rielaborazioni di pensieri filosofici, talvolta frammiste a complessi casi clinici, ma esempi e aneddoti del nostro fare, scoprire e sbagliare quotidiano. Difatti, gli psico-fenomenologi sono esposti – e lo dico non solo per esperienza personale – a una serie di cattivi errori, ossia quelli da cui si rischia di non imparare più niente. Vorrei citarne quattro o cinque, a mio parere particolarmente insidiosi: fraintendere, ignorare, rifiutare, smettere di giocare e, in buona sostanza, non aiutare.

Sfidando i dettami del buon senso, proporrò un accostamento un po’ azzardato: quello tra comportamentismo e fenomenologia. Intimi cugini o folli vicini di casa, i due sguardi possono, a mio avviso, tornare a parlarsi, per gettare luce su una rinnovata prospettiva fenomenologica in ambito psicologico. Partiamo dunque dagli errori, quelli a mio avviso insiti nella fenomenologizzazione stessa della disciplina psicologica. In ognuno di essi il concetto di “rischio” va di pari passo con “esperienza possibile”: molto difficile non averci a che fare, alquanto auspicabile intravederci qualcosa di più di un semplice ostacolo al compimento della professione.

Ammettiamolo pure e senza vergognarcene troppo: a tutti noi è capitato almeno una volta di…

1) …fraintendere il nostro tempo, filosofando un po’ a vuoto…

Gli psicologi ghiotti di fenomenologia (conosciuta anche come scienza dell’esperienza, o discorso sui modi dell’esperire) sono parecchio esposti, se non destinati, alla pericolosa deriva del pensiero autoreferenziale. Detto in altri termini: credono di saperla (più e) meglio degli altri, e finiscono così per distanziarsi dal mondo della vita, quello stesso mondo in cui pazienti e colleghi cercano – faticosamente e dignitosamente – di coesistere e fare sistema.

Ma nel campo clinico una questione si fa davvero fondamentale (es. ciò che intendiamo per “essere umano”) quando porta a un effettivo sviluppo di migliori condizioni per l’esistenza umana. Valorizzare il pensiero filosofico significa capirlo e condividerlo nella giusta misura, ossia in quella che ci consenta di apportare delle migliorie all’attuale sistema di cure. Tutto il resto rischia di risolversi in un astioso cul de sac, fatto di vischiosa e impercorribile nostalgia intellettuale.

Speculare sul “concetto” nella speranza di applicarlo al mondo della vita ci introduce, infatti, in un’atmosfera di bizzosa discontinuità con i mondi della cura: sia con i temi psicologici più attuali (e la ricerca di base), sia con le persone che ogni giorno praticano negli ambienti socio-sanitari. Una rottura comunicativa non banale, questa, che denota un evidente cedimento del pensiero. Un pensiero, quello fenomenologico, che troppo spesso si arena nella sua stessa finezza (capacità di comprensione delle più svariate “realtà situazionali”) senza aprirsi a una ben più complessa e nobile mission sanitaria: agire e muoversi bene nel sistema di oggi, interrogandosi su quali siano le migliori traiettorie possibili per i pazienti che ci chiedono (o non ci chiedono) un aiuto. Perché è quest’ultima, imperfetta strada che i giovani clinici dovrebbero imparare a percorrere.

Immergersi nella sgangherata vitalità del sistema, facendone esperienza e prendendosi cura dei primi pazienti, è solo l’inizio di una grande avventura. Studiare e pensare sono attività imprescindibili, ma devono trovare casa nel mondo di oggi: se non riusciamo a collaborare con colleghi di altre scuole, o con psichiatri, educatori e infermieri, vuol dire che i pazienti sono diventati oggetti di studio senza che ce ne siamo resi conto. In quest’esperienza, che prima o poi capita a tutti, si manifesta in nuce uno dei segreti del nostro tempo professionale: quello che rischiamo di perdere nelle più “acute” convinzioni autoreferenziali. E quello che, senza posa, continua a farsi sentire nel cuore delle più impensabili fatiche cliniche.

Per passione e professione, rincorriamo l’Altro in tutte le sue forme: croce e delizia di un’attività ai limiti del sensibile. E infatti rischiamo di…

2) …ignorare l’Altro, o meglio: avere a che fare con una sua raffinata immagine…

Chi meglio dello psicologo fenomenologico può riuscire a “vedere l’altro”, a coglierne le qualità fondamentali? Chi meglio di lui può, in nome di questa certezza, ignorare i sensi del mondo, quelli semplici e un po’ grezzi che gli accadono sotto il naso? Indovinello: l’enigma della stazione.

Un ragazzo passeggia accanto ai binari della stazione. A un tratto, vede una bellissima ragazza camminare poco avanti a lui. Mentre la supera con passo lesto, incrocia il suo sguardo: di colpo, un’emozione tonante lo assale. Poco dopo lascia che sia la ragazza a sorpassarlo, rallentando in un modo chiaramente intenzionale. Che senso ha il suo comportamento?

Non è semplice dare una risposta. Forse sarebbe bene limitarsi a registrare le azioni di tutti gli individui, scegliendo di sostare in un placido silenzio. Il comportamentismo, ad esempio, non era una vera e propria psicologia, ma un’osservazione del comportamento umano. Ancora oggi si critica Watson per il fatto di aver escluso la coscienza dall’esistenza umana, quando in realtà egli l’aveva giustamente presupposta (compiendo, così, un atto fenomenologico di altissimo livello): certo che c’è esperienza cosciente, ma non ci interessa, avrebbe ribadito lui. Io e i miei adepti vogliamo seguire i movimenti delle persone, ciò che fanno. In quei gesti c’è senz’altro un significato, ma non ci pare desiderabile includerlo tra gli orizzonti delle nostre ricerche.

Watson aveva innanzi, dall’altra parte della sua scrivania, niente meno che il mondo della vita: l’infinita polisemia dell’agire umano. Ha scelto di non studiarla, certo, ma è quello che, forse, l’ha vista più da presso. Lui è indubbiamente riuscito a non imprigionare l’Altro – con tutti i suoi pensieri e vissuti personali – in una sorta di laboratorio esistenziale; la fenomenologia, invece, sembra aver raccolto questo scarto, immolandosi nel nome dell’individualità e dell’esperienza cosciente. L’Altro, però, non è una cosa cosciente, ma un altro modo dello scarto, una distanza che si manifesta nell’opacità dei comportamenti e in tutte quelle situazioni di cui ci capacitiamo solo a metà. Che cosa ha intenzione di fare il ragazzo alla stazione? Non ne ho idea, se non per l’effetto che mi sta facendo. Altro rischio, altro regalo.

Rischiamo, quindi, di chiuderci nella fortezza delle nostre illuminate certezze. Sentendo che sia così e proprio così, la questione dell’Essere: come a noi piace pensare. E questo ci porta a…

  1. rifiutare aprioristicamente gli altri modi della cura…

Talvolta lo psicologo fenomenologico usa la “filosofia” per inasprire il dibattito con i colleghi cognitivisti, psicoanalisti e tutti coloro che non condividono i suoi stessi assunti di base. Persone che lavorano con altre persone, facendo loro (tendenzialmente) del bene: già in questa ovvietà ci sarebbe tanto di quel senso da scrivere almeno un bel libro sulla fenomenologia della cura. Manuali ancora sommersi dal fatale (e sornione) sonno dello stupore!

Ma ecco salire in cattedra il comportamentista, il quale ricorda al cugino fenomenologo che tutte le azioni hanno un senso: proprio in esse potrebbe nascondersi il segreto dell’umanità. A lui – comportamentista doc – non interessa quel curioso contenuto, ma… pare proprio che sia così. Il saggio cugino “esperto dei fenomeni” torna allora a incuriosirsi, rimettendo in moto tutta la sua capacità pensante. Solleticato dai fenomeni stessi, si meraviglia e li fraintende: è semplicemente la vita che torna a parlare di sé.

Ebbene: il ragazzo della stazione tratteneva, ormai da qualche minuto, un’inderogabile puzzetta.

Mentre si accinge a superare le donzelle, e di buona lena, sente tutta l’urgenza dell’Essere: non volendo fare figure, mette le quattro frecce e si lascia sorpassare. Finalmente solo e ormai lontano da nasi indiscreti, è ora libero di risolvere la vexata quaestio… Peccato, perché quella ragazza lo aveva colpito assai; sarà per la sua incantevole e genuina disinvoltura? Chissà. Ma è mancato il tempo per…

Ebbene, avevate indovinato il senso del suo rallentare? Se sì, tanti complimenti ma nulla più (siete bravi e fantasiosi – chapeau – ma probabilmente troppo sensitivi per farvi affascinare da una visione frammentaria e sorprendente come quella fenomenologica). Se, invece, non l’avete azzeccato, allora avete un’occasione per interessarvi a una specie di contro-pensiero. Quello in cui le verità si fanno vedere anche negli errori, nei passi falsi e in tutto ciò che, ogni tanto, sembra non funzionare più.

Noi amanti dell’esistenza[1] e della cura del disagio psichico vediamo, esattamente come tutti gli altri esseri umani, persone che si muovono e fanno cose. Esistiamo un po’ tutti al modo del comportamentismo. L’esperienza che facciamo, sia nella vita sia nello studio con i pazienti, è una curiosa e incompiuta solidarietà con un insieme di aperture esistenziali. Fenomeni su fenomeni ci assalgono senza tregua: tutti gli psicologi e gli psicoterapeuti, qualsiasi sia il loro background teorico e pratico, acquisiscono questo incompiuto tassello. A dire il vero, anche tutti gli operatori della salute mentale quali TeRP, EP, infermieri e giovani tirocinanti vengono continuamente toccati dai sensi e dai significati della cura. Anzi, sono spesso più immersi dello psicologo (o dello psichiatra) in alcune fra le più sottili verità dei nostri cari pazienti.

E in fin dei conti, l’interruzione del dialogo tra diversi piani di verità (cui ogni sanitario, dalla sua personale prospettiva, è esposto) rischia davvero di portarci a…

  1. smettere di giocare con altre prospettive, irrigidendosi su presunte o comprovate “evidenze”…

Dovremmo, noi psicologi aperti alla fenomenologia, creare una nuova visione comune: non la “nostra”, ma quella che nasce dai lavori di équipe e nell’intreccio di differenti sensibilità professionali. Perché le risposte che cerchiamo con (e per) i nostri pazienti hanno molti significati, significati che superano di gran lunga le nostre individuali capacità di ricognizione. Anche perché è l’esistenza a chiederci di affrontare situazioni mai totalmente controllabili, né chiaramente determinate, e le salienze del “vero” potrebbero manifestarsi appena oltre, o accanto alle nostre prime, nitide evidenze…

Una volta salito sul treno, il ragazzo prende comunque posto vicino alla fascinosa ragazza, e le dice: “…lo vuoi un bacio?”. Al che lei, un po’ sorpresa, ma non (ancora) imbarazzata, non fa tempo a rispondere che… “un bacio di dama” (ed ecco che estrae proprio un bacio, ancora incartato, sorridendole). Gli occhi di lei, di colpo, rispondono. Che cosa vorranno dirgli?…

Watson avrebbe semplicemente annotato i movimenti di tutti i soggetti, senza perdersi in sciocche (e mutevoli) attribuzioni di significato. Fantastico a metà. Ed è esattamente ciò che un buon fenomenologo dovrebbe, a mio avviso, imparare a fare – nutrendo i “dati di fatto” con la curiosità e il sapere che gli competono – laddove sia interessato a operare in ambito clinico con efficacia e piacere. Ringraziamo, quindi, Watson per aver dettato magistralmente i confini del suo campo di interesse (altro passaggio, a onor del vero, sottilmente fenomenologico) e per aver (inconsapevolmente?) suggerito alla psicologia una questione davvero essenziale: la necessità di agire diversamente, al fine di innescare nuove atmosfere d’azione.

E come agire diversamente, se non lungo un doppio binario di sviluppo personale e cura dell’altrui esistenza? Scongiurando la costante possibilità di demarcarsi dal movimento del mondo, e quindi di…

  1. non aiutare e sostenere la cultura di oggi: quella in cui le persone esistono e fanno domande!

Lo psicologo fenomenologico del futuro sa stare in mezzo alla gente. Non litiga con le altre scuole di pensiero, e capisce al volo la coesistenza di amori e puzzette. Vive, fraintende e sente, incuriosendosi davanti alla domanda dell’altro; anche a quella che, a tutta prima, non sia chiara, o si manifesti come manifestamente non risolvibile nell’immediato. Fa quel che può, lo psicologo fenomenologico: suvvia, mica si può studiare e capire tutto. Soprattutto se l’interesse verte sul concetto di persona, e quindi su quelli di tempo, mondo e… “Altro”. Quello che fa, però, lo dovrebbe fare bene, coniugando il rigore e la competenza professionale con un’altra capacità essenziale: quella di stupirsi ancora una volta, gustandosi l’esauriente incompletezza della sua disciplina.

Pertanto, cari colleghi (e non solo): scontratevi con il mondo, e scocciatevi di inseguirlo da lontano. Affrontate, e sempre più, i significati che si fanno strada nella semplicità dell’agire insieme. Perché aiutare le persone significa anche far sentire loro come si gioca con i sensi del mondo, ognuno a partire dalle proprie possibilità di esistenza. Un grande viaggio, ma non solo: un’avventura già condivisa con tutti i colleghi che, indipendentemente dal loro orientamento, riescono ad anteporre le persone ai modelli di cura[2]. Interdisciplinarità, dicono alcuni. Salendo sulle spalle di Watson per vedere ciò che lui, forse più di ogni altro, ci ha invitato a non guardare, se non con occhi nuovi.

 

Roberto Pizzale

 

 

[1] Perché gli amanti – come diceva la mia nonna – si parlano. Ad oggi, non ho ancora trovato una migliore definizione della tensione che lega la psicologia al pensiero fenomenologico. E non avverto nemmeno l’esigenza di cercarla.

[2] Che cosa aspettiamo, dunque, a parlarci?