Dipendenze, da sostanze e non: che cosa significa “fare prevenzione”?

 

Le sostanze in Italia: dati e problemi

Le dipendenze da sostanze (definite oggi “disturbi correlati a sostanze”, vedi DSM-5) sono alcune tra le più significative e invalidanti manifestazioni psicopatologiche dei nostri tempi. Anche i dati di ricerca[1] aiutano a riflettere sull’impatto che un certo fenomeno ha in una data società: nel 2016 i ricoveri per diagnosi sostanza-correlata ammontano a 108 ogni milione di residenti (+10% rispetto al 2015), in aumento nell’ultimo triennio soprattutto tra gli individui nella fascia di età 15-34 anni. Secondo le stime fornite nella relazione al Parlamento del 2017, inoltre, il 33% della popolazione tra i 15 e i 64 anni ha fatto uso di almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita, percentuale che aumenta al 44% se si considerano le persone tra i 15 e i 34 anni. La cannabis risulta la sostanza più utilizzata, in significativo aumento rispetto all’ultima rilevazione effettuata nel 2014. Diminuisce la morte sostanza-correlata, è vero, ma aumentano i ricoveri. Limitatamente ai ricoveri con sostanza stupefacente specificata, il 45,3% è riferibile al consumo di oppioidi, il 39,6% al consumo di cocaina, l’11,9% ai cannabinoidi e il restante 3,2% ad amfetamine o allucinogeni.

Le alterazioni cerebrali, comportamentali e cognitivo-emozionali connesse a un ricorrente uso di sostanze possono avere esiti infausti, quali una progressiva (e difficilmente recuperabile) perdita delle basilari autonomie di vita. Difatti, la persona con un disturbo da uso di sostanza/e sviluppa un insieme di problemi che ricadono su più dimensioni: quella della gestione/stima di sé (perdita del controllo sull’assunzione della sostanza), del rischio (l’uso protratto genera situazioni pericolose, per sé e per gli altri) e della vita sociale (la persona non riesce più a mantenere un dignitoso funzionamento lavorativo e socio-relazionale). L’uso di sostanze può quindi strutturarsi in una severa dipendenza patologica, spesso coesistente con un quadro generale di disabilità psicofisica (e relativa incapacità a “tornare in società” in modi funzionali), ma può anche favorire l’emersione di altri tipi di psicopatologie, i cosiddetti “disturbi indotti da sostanze”: tra di essi si annoverano depressione, ansia, disfunzioni sessuali e disordini psichici ascrivibili all’area delle psicosi. Ogni sostanza ha le sue specificità e può favorire la comparsa di alcuni disturbi e non di altri; va inoltre segnalato che i disturbi “indotti” da sostanze hanno una buona probabilità di manifestarsi soprattutto quando a utilizzare la sostanza è una persona con una preesistente e conclamata vulnerabilità di base (personologica e/o neuro-psichiatrica).

 

Un accenno alle “dipendenze comportamentali”

Non tutte le dipendenze patologiche sono dovute all’uso di sostanze psicoattive. Il gioco d’azzardo patologico (GAP), ad esempio, è un disturbo mentale che sfocia spesso in quadri di dipendenza e il cui meccanismo neuro-cognitivo si sovrappone in modo significativo con l’attivazione neurale innescata dall’uso di sostanze. Inoltre, la tendenza alla deresponsabilizzazione e una spiccata abitualità al gioco pervasivo (nonostante le conseguenze negative) sono altre due caratteristiche che accomunano GAP e disturbi correlati a sostanze. Difatti, il termine “ludopatia” è forse poco adatto per descrivere un fenomeno che, tra New Slot e Video Lottery, vede oltre 700.000 italiani impegnati in attività di gioco patologico; un disturbo le cui spese sanitarie superano anche quelle connesse all’uso di alcol.

Accanto a questo disturbo mentale ormai ampiamente riconosciuto, psicologi e psichiatri si stanno interessando a un altro fenomeno di notevole rilievo sociologico e, in certi casi, socio-sanitario: la dipendenza da Internet[2]. Ad oggi, gli esperti si stanno focalizzando sia sul concetto di Internet Addiction Disorder (IAD) sia su quello di Internet Gaming Disorder (IGD). Una delle domande che potremmo porci è la seguente: perché alcune persone trovano nell’uso di Internet (es. navigazione compulsiva, eccessiva centratura sui videogiochi, interazioni affettive/sessuali impersonali o facilmente intercambiabili, ecc.) un appagamento decisamente maggiore rispetto alle altre possibilità di azione e interazione con i coetanei? Le cause possono essere molteplici, naturalmente, e in alcuni casi l’uso si fa effettivamente problematico. Certo, chi perde la vita inseguendo un Pokemon ci lascia ancora una volta senza parole, ma invita anche a riflettere su quanto le emozioni siano co-regolate da ciò che, in un dato momento storico e sociale, è avvertito dai più come socialmente disponibile, attraente e quindi possibile, al netto di tutti i rischi razionalmente (e adulto-centricamente) calcolati.

 

Limiti e virtù degli interventi preventivi nel contesto scolastico

Alla luce di tutto ciò, sono ben chiari i rischi correlati all’uso di sostanze in età adolescenziale o preadolescenziale, sia per quanto concerne lo sviluppo di gravi quadri di dipendenza sia in riferimento alla coesistenza di altre problematiche psichiche e comportamentali che rischiano così di stabilizzarsi in importanti disturbi mentali. Pertanto, appare fondamentale strutturare interventi di prevenzione che, da un lato, siano orientati alla conoscenza dei meccanismi patologici innescati dall’uso, mentre dall’altro stimolino lo sviluppo di una maggiore ricettività a fattori psicologici ed esperienze emotivo-relazionali potenzialmente protettive. Una cosa è la sostanza “in sé” (gli effetti che tendenzialmente induce, a livello biochimico e comportamentale), un’altra cosa è l’esperienza della sostanza (il modo in cui una persona si percepisce quando usa); una differenza essenziale per pianificare una prevenzione individualizzata ed efficace. La prevenzione ottimale sarebbe, ovviamente, l’astensione assoluta dall’uso; quando, però, l’uso avviene, una consulenza psicologica con un esperto può essere un buon canale per fare luce sul tipo di esperienza che la sostanza ha portato a manifestazione (es. paura e timore, euforia e serenità, una sicurezza mai esperita altrimenti, ecc.) e per vagliare le migliori possibilità di intervento. Un discorso simile può essere esteso al gioco d’azzardo, anche se in modalità parzialmente diverse, e anche all’uso patologico di Internet. Non tutti sono esposti agli stessi rischi, non tutte le persone adolescenti o preadolescenti si “appassionano” patologicamente alle sostanze, anche dopo averle provate. La medaglia è composta da due facce (vite rovinate dall’uso / vite sostanzialmente inalterate), due traiettorie esistenziali che fanno capo a differenti modi di sentire e percepirsi.

Ebbene, la prevenzione in quest’ambito è essenzialmente una questione di parola: quando e in che misura lo sguardo dell’altro, il racconto e la condivisione di emozioni possono far affiorare negli studenti una nuova ricettività per opportunità di vita alternative (e poco compatibili con la scelta dell’uso)? Ad essere in gioco è la capacità desiderante dei ragazzi, la loro sete di conoscenza e relazione, questioni che dipendono in larga parte dai loro modi di sentire ed esperire e che, in alcuni casi particolarmente problematici, non possono essere facilmente trasformate (né da una “buona educazione” né, talvolta, da un percorso specialistico di ordine psicologico o psichiatrico). L’intervento è quindi pensato in un’ottica multi-esperienziale: considerati i molteplici modi di essere (a rischio) presenti in aula, il taglio del discorso sarà sufficientemente generale in quanto alle sue linee-guida (didattica sulle dipendenze e i correlativi effetti), ma avrà l’obiettivo principale di sollecitare la partecipazione attiva dei ragazzi, ognuno a partire dalla sua personalissima prospettiva.

 

Chi è il “Maestro” (alias adulto che sa farsi ascoltare dall’Allievo)?

Chi sia il “Maestro” (e che cosa lo definisca come tale) è un tema su cui anche Massimo Recalcati, uno dei più eminenti esperti di psicopatologia contemporanea, si è speso con parole di incompiuta bellezza. La mia posizione, nel ruolo di psicologo e psicoterapeuta a contatto con gli adolescenti e i sistemi educativo-formativi sin dai primi incarichi professionali, vuole essere una rivisitazione di ciò che il Prof. Recalcati inquadra come “buon maestro”. Egli riprende l’esempio di Moustapha Safouan, allievo del noto psichiatra francese Jacques Lacan, per riflettere appunto su quale sia l’inclinazione fondamentale all’insegnamento: secondo Safouan, il maestro si vede nel momento in cui “inciampa” e nel suo modo di reagire allo scivolone, prendendo una posizione di fronte ai suoi allievi. Vi sono tre possibilità di superare l’imbarazzo connesso a una caduta (fisica, ma anche metaforica naturalmente) davanti ai propri studenti: (1) fare finta di niente e andare avanti, come se nulla fosse accaduto; (2) squadrare tutti notando ogni minimo movimento derisorio, per poi punire brutalmente i malcapitati; (3) fare dell’inciampo il tema della lezione. Ora, secondo Safouan (e Recalcati, che ne sposa l’idea) solo l’ultimo sarebbe un “vero maestro”: non finge una perfezione che non esiste (e nulla insegna), non riversa sugli studenti la propria vergogna, ma parla con i suoi allievi dei possibili significati dell’esperienza dell’inciampo.

Tutto molto sensato e comprensibile; forse troppo. Ecco, io qui vedrei entrare in scena un quarto maestro, un po’ sgangherato ma vivo, e lo immaginerei scansare il “vero maestro” con una battuta, per poi rivolgersi agli studenti e dire loro: “E voi chi sareste?”. Questa, a mio avviso, deve essere l’atmosfera dell’incontro con l’adolescente, soprattutto per un professionista che ha il tempo di dedicare un’ora alle differenze individuali, non essendo sovraccaricato di impegni e altre burocrazie sistemiche[3]. Fare dell’inciampo una lezione può essere interessante, certo, ma può anche avere un altro, triste, significato: faccio di un personalissimo imbarazzo un tedio universale, toccando un tema solo mio e non coinvolgendo davvero il desiderio degli studenti, che è celato al mio sguardo (almeno inizialmente) e magari non viene toccato in alcun modo dal mio banalissimo inciampo. Restare aperti all’evento dell’Altro (i ragazzi, le loro emozioni e il loro linguaggio) è senz’altro la strada più feconda, se si vuole ristabilire un rapporto degno dello storico binomio Maestro-Allievi.

 

Verso (e attraverso) l’ignoto: l’intervento nelle classi

Riprendendo le riflessioni sulla figura del maestro, possiamo quindi dire che “rompere il ghiaccio” faccia già pienamente parte della lezione. Come mai un ragazzo spruzza uno spray che – molto probabilmente – gli costerà un’imputazione per omicidio preterintenzionale? Come mai un giovane uomo statunitense sceglie di incontrare la morte nel Golfo del Bengala, pur di perseguire la sua mission e importunare gli abitanti dell’isola meno contaminata e più auto-referenziale del pianeta? Ebbene, nel mondo dei ragazzi di oggi, un mondo strutturalmente de-gerarchizzato e sempre meno dotato di un ordine sociale e valoriale riconosciuto – come poteva essere, invece, alcuni decenni fa –, la cura di sé deve ripartire dal fondamento indiscusso di ogni possibile “legge interiore”: il rapporto con l’altro, l’Io-Tu, la relazione con un altro che sappia orientare i ragazzi e fornire loro non la “risposta giusta”, ma la curiosità per la vita. Gli esempi di cronaca e i testi dei più adorati “trapper” sono ottimi canali per stabilire un contatto potenzialmente preventivo con il mondo dei giovani: un mondo ricco di possibilità, rischi e desideri, e quindi ben lontano dalla direzionalità talvolta rigida e quasi-lineare di quello adulto. È proprio a partire dal riconoscimento di questa divergenza (mondo adulto Vs mondo giovane) che ci si gioca la possibilità dell’aggancio relazionale con i ragazzi. La modalità di intervento è quindi pensata come un confronto semi-strutturato con gli studenti in cui, oltre all’esplicitazione di importanti aspetti clinici e didattici legati alle dipendenze (da uso di sostanze e comportamentali), sia anche possibile ricreare un’atmosfera di coinvolgimento e riflessione critico-costruttiva.

 

 

[1] https://blog.sitd.it/2018/07/27/istat-ricoveri-e-morti-per-droga-2015-2017/

[2] http://www.stateofmind.it/2016/11/dipendenza-da-internet/

[3] …di cui il corpo docente è spesso, se non sempre, oberato. In questo senso i docenti sono, a mio avviso, degli eroi, nel loro tentativo di rispettare ed esaltare le individualità degli studenti nonostante le imposizioni logico-formali del contesto. L’utilità degli interventi psicologici preventivi è quindi una questione di differenti competenze e responsabilità, certo, ma anche di diversi tempi e carichi professionali.